The public purse

I must admit to always having been a bit of a fan of Giulio Tremonti, Italy’s economy minister. He always seemed a little more rational and sober than many other Italian politicians.

A couple of months ago, Tremonti gave a highly sensible interview to the Financial Times, in which he pointed out the constraints that Italy now faces in contrast to its European neighbours. In particular, whilst countries like France and Germany can offer (limited) fiscal stimulus packages, Tremonti is facing a ballooning public debt (estimated to rise to 109.3% of GDP in 2009) and a situation where it is becoming increasingly expensive to borrow money (see previous blog entry).

Raising taxes is abhorrent for many governments – particularly those who follow Keynesianism and believe that we need to spend our way out of recession. Berlusconi is quite keen to stay in power for as long as possible, and he is not going to do that by taxing people heavily when times are hard.

Luckily, though, Tremonti does have an ace up his sleeve: to loosen the strings of the public purse when people are not watching.

The first trick was to absorb the money in so-called dormant accounts. This happened at the end of last year. Unless account holders say otherwise, bank accounts that have not been used for more than 10 years pass to the treasury.

The government says that account holders still have 10 years after the money has been taken over to get it back. However, the government has been suspiciously quiet about what hoops the dormant bank account holder may have to jump through first. Banks I have spoken to – none of which wish to be named – say that they have not yet received any guidance for what process will be involved. I asked the treasury what the process for retrieving the money would be, but they ignored my request.

Two things are of particular concern. One is that politicians inevitably think in the short-term, and may be inclined to spend this money now without making provisions for the future. The second is that, even if the money is returned to the rightful owner, there seems to be no guarantee that the government will make up the amount that would have been lost on interest. Again, I asked the treasury to explain itself, and again they ignored my request. “Look on the website,” was all they told me. I now challenge anyone to find the information there.

Of course, this is not the only occasion in which the Italian government has acted in such a devious way to boost the coffers. In January 2007, it introduced a reform of the pension system, which gave the government control over retirement savings that had previously been part of private companies’ balance sheets.

This is the reform of the so-called Trattamento di Fine Rapporto (TFR) system, which is an amount of money put aside each month for when a worker leaves a job (which could be because of retirement or redundancy). Previously, companies looked after this but, since January 2007, the public social security body INPS has been administering this for firms that have more than 50 workers. Ostensibly, this was done to boost the private savings sector, because workers can choose to have their TFR with a private pension fund or life insurance company, rather than with INPS.

Certainly, the TFR reforms do seem to have stimulated growth in the pensions sector. Luigi Balanti, head of MEFOP, a private company that is 55%-owned by the treasury, says that as many as one million people decided to go private last year. However, it is also true to say that the treasury now has another pool of money which it can delve into.

The really worrying thing is that nobody seems to be thinking about the future. Last week, I met several people connected with this issue. I wanted to find out exactly how the money was being managed, and how the government could guarantee that the money would be available to meet future payments. One of them just threw their hands up in the air, and exclaimed that it was with all the other treasury money now. No one could show me that anyone was seriously thinking about future liabilities. They simply repeated parrot-fashion that the government guarantees the money and, if they need to meet this guarantee in the future, they can always raise taxes.

It’s just not going to be 71-year-old Berlusconi that does this.

Since I would very much like the treasury to respond to my criticism above, I have had this posting translated into Italian:

La borsa della spesa pubblica

Devo ammettere di essere sempre stato un ammiratore di Giulio Tremonti, il Ministro dell’economia italiano. Mi è sempre parso alquanto più razionale e assennato di molti altri uomini politici italiani.

Un paio di mesi fa, in un’interessante intervista rilasciata al Financial Times, Tremonti ha delineato i vincoli che comprimono la libertà di manovra in campo economico del governo italiano rispetto ai suoi vicini europei. In particolare, mentre Paesi come la Francia e la Germania dispongono di risorse tali da poter metter su sia pur limitati pacchetti di stimolo fiscale, Tremonti deve fronteggiare un enorme e crescente debito pubblico (che si stima raggiungerà nel 2009 il 109,3% del PIL) e una situazione generale dove il prendere soldi in prestito sta diventando sempre più costoso (si veda il post precedente nel blog).

Per molti governi e, in particolare, per quelli che seguono i principi keynesiani e che credono che per uscire dalla recessione i cittadini dovrebbero essere incoraggiati a poter spendere, l’idea di alzare le tasse è qualcosa di ripugnante. Berlusconi è senza dubbio intenzionato a rimanere in carica quanto più a lungo possibile e di certo non pensa di farlo aumentando pesantemente le tasse propri in un momento di forti difficoltà economiche.

Berlusconi è però fortunato perché Tremonti ha un asso nella manica: allargare i cordoni della borsa della spesa pubblica quando gli elettori sono concentrati su altro.

Il primo stratagemma in tal senso ha visto lo Stato assorbire i soldi depositati nei cosiddetti “conti dormienti”: alla fine dello scorso anno e in assenza di un intervento dei loro titolari, i conti bancari che nei dieci anni precedenti non avevano registrato nessun movimento o operazione sono stati versati al Ministero del tesoro.

Il governo sostiene che i titolari dei conti dormienti acquisiti dal Tesoro hanno comunque dieci anni di tempo per richiedere la restituzione dei loro soldi. Tuttavia, il governo è rimasto finora sospettosamente silenzioso a proposito della trafila e delle procedure burocratiche che i titolari dei conti dormienti potrebbero dover affrontare per riavere ciò che era loro. Gli istituti bancari con cui ho parlato della questione – nessuno dei quali desidera essere nominato – sostengono di non aver ancora ricevuto alcuna linea guida al proposito. Ho chiesto al Ministero del tesoro delucidazioni sulla procedura per la restituzione dei soldi depositati nei conti dormienti, ma la mia richiesta è stata ignorata.

Due sono i fattori che suscitano particolare attenzione. Il primo è che i politici tendono inevitabilmente a pensare in un’ottica di breve periodo, cosa che potrebbe spingerli a spendere questi soldi senza però mettere da parte una riserva adeguata da utilizzare eventualmente in futuro. Il secondo è che anche nel caso in cui i soldi dovessero essere restituiti ai loro legittimi titolari, non sembra esservi nessuna garanzia che il governo restituirà anche gli interessi nel frattempo persi. Ho chiesto al Ministero del tesoro chiarimenti anche su questo punto, ma anche in questo caso la mia richiesta è stata ignorata. La loro unica risposta è stata: “Guarda nel sito web”. Sfido chiunque a trovare lì queste informazioni!

In ogni caso, è anche vero che questa non è certo la prima volta che il governo italiano agisce in maniera piuttosto tortuosa per rimpinguare i suoi forzieri. Due anni fa, nel gennaio 2007, è stata introdotta una riforma nel sistema pensionistico che ha trasferito al governo il controllo su quella parte del salario dei lavoratori destinata alla costituzione del cosiddetto trattamento di fine rapporto (TFR), soldi che in precedenza erano trattenuti in azienda e reinvestiti nella stessa.

Il sistema del TFR prevede che ogni mese una porzione del salario del lavoratore sia messa da parte per il momento della cessazione del rapporto di lavoro, qualunque ne sia la ragione: pensionamento, licenziamento individuale e collettivo, dimissioni, ecc. Prima della riforma, questi soldi rimanevano in azienda che li gestiva direttamente. Da gennaio 2007 è invece l’INPS che amministra questi soldi per le imprese che hanno più di 50 dipendenti. La riforma è stata apparentemente intesa come un mezzo per incoraggiare il settore del risparmio privato, dato che i lavoratori possono scegliere di affidare la gestione del proprio TFR a un fondo pensionistico privato o a una compagnia d’assicurazione, piuttosto che all’INPS.

Certo, è vero che la riforma del TFR sembra aver stimolato la crescita del settore pensionistico. Secondo Luigi Ballanti, Direttore generale del MEFOP, società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione, di cui il Ministero del tesoro detiene il 55% delle azioni e il restante è in mano a fondi pensione privati, almeno un milione di lavoratori ha deciso di affidarsi al settore privato lo scorso anno. Tuttavia, altrettanto vero è che il tesoro ha ora a disposizione un’altra borsetta nella quale scavare.

La cosa davvero preoccupante è che nessuno sembra pensare al futuro. La scorsa settimana ho incontrato alcune persone interessate dalla questione. Volevo capire esattamente in che modo questi soldi sono gestiti e come il governo pensa di garantire la disponibilità di risorse sufficienti per soddisfare i pagamenti futuri. Uno degli intervistati si è limitato ad alzare le mani e a dire che questi soldi sono ora insieme a tutti gli altri soldi gestiti dal Ministero del tesoro. Nessuno è stato in grado di provarmi che ci sia realmente qualcuno che sta seriamente pensando ai debiti futuri. Certo, secondo la cantilena recitata a pappagallo, il governo garantisce il denaro e se un giorno si dovesse davvero arrivare a dover onorare questa garanzia… beh, è sempre possibile alzare le tasse.

Ma di certo non sarà il settantunenne Silvio Berlusconi a doverlo fare.

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